La parola nella vita, lettura popolare della bibbia

La Parola nella Vita


Vai ai contenuti

Gruppi

Esperienze > Riflessioni > Rubriche

LA SOFFERENZA E LA MORTE: UN ERRORE DEL DIO DELLA VITA?

di Don Luigi Burro

Don Luigi Burro nel giorno del suo funerale, sabato 14 gennaio, ci ha lasciato in regalo un articolo sulla sofferenza e la morte che qualche anno fa ha scritto sul giornalino della sua parrocchia e che è stato letto come testamento spirituale. Lo pubblichiamo volentieri su questo sito. Non è un discorso teorico ma, come si potrà ben percepire, è frutto di un'esperienza profonda di sofferenza, quindi molto vero. E' un discorso intriso di Parola e di fede, di una fede anch'essa sofferta e perciò vera.
Don Luigi da giovane prete voleva andare in missione ma poi è venuta la malattia e la dialisi per anni finché è arrivato il trapianto del rene che gli ha permesso di vivere per più di 20 anni ancora. E' rimasto in Italia, a Verona e ha lavorato tanto con gli scout e con la Parola. La Parola era il punto di riferimento continuo della sua vita: l'ha studiata, l'ha annunciata e l'ha vissuta! Molte persone e vari gruppi di lettura popolare sono stati aiutati dal suo servizio semplice e silenzioso. Ci ha lasciato giovedì 12 gennaio e al suo funerale c'era una folla di laici e di sacerdoti. Grazie don Luigi!


Delle mie letture giovanili mi è rimasto impresso un dialogo tra i fratelli Karamazov, nel celebre romanzo di Dostoievski, in cui si sottolinea che la sofferenza resta per molti il più grande ostacolo alla fede in un Dio dell'amore:
" La sofferenza degli adulti si può anche capire. essi possono aver mangiato la mela. Ma la sofferenza dei bambini? Ci si può fidare di Dio in un mondo dove dei bambini sono torturati? Se Dio è buono, come può permettere la sofferenza degli innocenti?"Se questa è la realtà del mondo il mio biglietto della vita con deferenza lo restituisco".
Parole dure, ma parole estremamente reali. Se ci limitiamo ad essere spettatori delle sofferenze degli altri e siamo troppo presi ad occuparci solo del nostro benessere, potremmo rispondere facilmente e in modo superficiale che la sofferenza fa parte della vita, che il mondo è fatto così.
Ma nel momento in cui facciamo l'esperienza diretta della sofferenza o perché ci ammaliamo o perché la malattia e la morte colpiscono i nostri affetti più cari, allora andiamo in crisi, non possiamo più rimanere indifferenti e superficiali, ma siamo obbligati a dare una risposta più seria e profonda, se non vogliamo essere preda della disperazione. Evitando di parlare di malattia e di sofferenza in astratto con un pò d'incoscienza cercherò di bisbigliare qualcosa su questo tema, attingendo dalla mia relativa esperienza.
Ho capito, nei brevi passaggi che sono stato costretto a percorrere sulle sabbie mobili del dolore che di fronte a chi soffre, l'unica cosa saggia da fare è il silenzio.
Ricordo che in un momento difficile per me, un cappellano dell'ospedale, credendo di fare cosa buona, mi ha invitato ad abbandonarmi alla "volontà di Dio". Questo invito ha suscitato in me una forte reazione, e forse anche un po' maleducata di fronte al malcapitato "samaritano": "Se Dio è Padre, e mi ama, la sua volontà è che io stia bene, che io sia felice e non che soffra".
Questa spontanea reazione mi ha portato poi a riflettere e ho pensato che Dio non c'entra niente con la mia sofferenza. Se Dio c'entrasse crollerebbe tutta la fede che mi è stata donata) perché Dio non sarebbe più Padre, non sarebbe più Dio.
E, allora, dov'è Dio mentre io soffro? Dio è Padre e quindi è li accanto a me, come qualsiasi persona che mi ama, che mi tiene la mano e che soffre con me, e pur nel silenzio fa sentire la sua presenza che incoraggia e da forza per lottare.
E la preghiera? Se la malattia fosse volontà di Dio, io non posso chiedere a Dio di andar contro la sua volontà. Ma.convinto come sono che la sofferenza non è voluta da Dio, non posso chiedergli che me ne liberi: perché dovrebbe liberare proprio me, mentre tanti bambini colpiti da handicap sono condannati a soffrire tutta la vita?
Ho cominciato allora a pregare non perché mi sia tolta la malattia, ma per capire come riuscire, insieme con Dio, a scrivere dritto sulle righe storte che la vita mi ha donato.
Al riguardo, mi è capitato di godere un grande beneficio per la mia malattia con il trapianto renale proprio mentre mi trovavo in pellegrinaggio a Lourdes. Da più parti si è parlato, ed anche scritto, di miracolo. Anch'io sono d'accordo che sia un miracolo, ma della medicina, ma ho difficoltà a pensare che questi siano miracoli che vengono da Dio al quale chiederei allora il perché di queste preferenze. Perché per dare una vita migliore a me ha tolto la vita al donatore che forse aveva diritto alla vita più di me?
Le storie di miracoli che liberano dalla malattia e dalla sofferenza, che hanno riempito la storia, ed anche le casse, dei santuari e che donano l'illusione a tanti ammalati, non sono per me una testimonianza del Dio dell'amore. Hanno il sapore piuttosto di un Dio che fa le preferenze: ed io non ho mai potuto sopportare le preferenze nemmeno tra gli umani.
Ho capito invece avvicinandomi ai brani biblici che trattano questo problema che al perché della sofferenza non c'è spiegazione. Sono fatti della vita e come la vita riserva esperienze entusiasmanti cosi dona momenti oscuri. E se accetto e vivo i momenti luminosi come non potrei accettare anche i giorni neri? L'importante è accogliere la vita, qualsiasi tipo di vita, come un dono e vivere ogni momento come momento di grazia, e si può fare esperienza di un Dio che può accompagnarti anche attraverso le strade della sofferenza verso la salvezza, cioè verso la realizzazione. Si può scoprire la propria limitatezza e precarietà e di conseguenza il bisogno degli altri, si può imparare a dar valore a ciò che veramente conta e a distinguerlo da ciò che è spazzatura, anche se ha il colore dell'oro.
Ma capire questo è un dono di Dio, di un Dio che sa essere accanto ad ogni suo figlio e dare, con il suo amore, la forza per saper fare di ogni vita un miracolo.


Torniamo sulla via di Betlemme

di Enzo Bianchi
in "La Stampa" del 24 dicembre 2011

"Non dimenticate l'ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo". Questa esortazione della Lettera agli Ebrei - che fa riferimento alla vicenda di Abramo che a Mamre accolse tre pellegrini stranieri rivelatisi poi messaggeri di Dio - ci offre una chiave di lettura del Natale e del suo senso nella nostra società oggi.
Cosa sapevano gli abitanti di Betlemme di quella coppia in viaggio che cercava un riparo perché la donna incinta potesse partorire? Ne avessero sospettata l'identità, le avrebbero aperto le porte della loro casa, oppure si sarebbero limitati a tollerare che occupasse per un po' una stalla in disuso? I pastori dei dintorni - gente emarginata nella società e nella comunità religiosa perché inadempienti agli obblighi cultuali e legali - mossi dalla spontanea solidarietà verso chi è costretto a pernottare all'aperto, decisero almeno di andare a vedere: e sappiamo tutti che, una volta che il nostro sguardo incrocia quello di una persona nel bisogno, ci è molto più difficile non prendercene cura... E quei tre sapienti di un'altra terra e di un'altra religione, cosa sapevano di quel bambino figlio di poveri? Cercavano un re, un inviato da Dio e trovano una famiglia di emigranti... eppure non esitano a colmarla di doni regali. E quei due anziani al tempio di Gerusalemme, come potevano riconoscere in un primogenito, figlio di una famiglia anonima, riscattato con due tortore, offerta dei poveri, il Messia, l'atteso per secoli da tutto il popolo?
Anche loro si limitano a prendere il piccolo tra le braccia, a tesserne le lodi, a immaginarne il futuro, come siamo portati a fare con qualsiasi neonato. Davvero un'apparizione nascosta, discreta, quotidiana, quella del figlio di Dio in mezzo alla sua famiglia, l'umanità intera: una presenza ordinaria che dice qualcosa in più solo a chi è disposto all'accoglienza. Quest'anno molti vivono un Natale più difficile del solito, non solo in quei luoghi dove la vita è sempre faticosa o dove testimoniare la propria fede è sovente a rischio fino alla persecuzione, ma anche nel nostro Paese, con sempre più persone in ristrettezze economiche. Questo dato si interseca con una sorta di ambivalenza legata alle festività natalizie: da un lato siamo quasi naturalmente più disposti ad atteggiamenti di benevolenza verso il prossimo, di bontà, di riconciliazione; d'altro canto tendiamo a vivere questi sentimenti "tra noi", all'interno della ristretta cerchia degli intimi. Ambivalenza che rende ancor più pesante la solitudine e la sofferenza di chi non ha persone care attorno a cui stringersi, di chi le ha perse, di chi le ha lasciate lontano nella speranza di preparare un futuro migliore per loro... Sì, a Natale ci sentiamo tutti più buoni, ma verso chi vogliamo noi, verso chi decidiamo che sia destinatario del nostro affetto. E in tempo di difficoltà economiche la tentazione è quella di rinchiuderci ancora di più nei nostri piccoli nidi rassicuranti.
Solidarietà e accoglienza paiono a prima vista più difficili nelle stagioni dure, nei momenti di difficoltà, soprattutto per chi non le ha assunte come proprio habitus nei giorni più propizi. E invece la storia, anche quella "sacra" legata alla nascita di Gesù, ci insegna che proprio i poveri, i nomadi, i viandanti, gli emarginati, gli stranieri sono le persone più capaci di accoglienza, di apertura all'altro, di condivisione del poco di cui dispongono. E basta conoscerli, parlare con loro, lasciarsi accogliere da loro per sentirli narrare le meraviglie degli incontri gratuiti che hanno avuto: sono storie di ordinaria straordinarietà, vicende di rapporti nati nell'emergenza e divenuti amicizie solide, avventure di un momento burrascoso trasformatesi in storie di amore fedele. Forse questo Natale potrebbe insegnarci qualcosa in merito: nello straniero che abita a pochi isolati da noi e che incontriamo per strada, nel senzatetto che si rifugia tra i suoi cartoni, nei nuovi poveri in coda per un pasto caldo, nell'anziano che fatica a riscaldare la sua stanza c'è un essere umano portatore di vita e di speranza, ci sono un cuore, un corpo e una mente che desiderano comunione, c'è una presenza dell'assenza lacerante della persona amata.
Chi può dire cosa troviamo se ci accostiamo all'altro senza pregiudizi e paure, se gli apriamo la porta del nostro cuore, se gli restituiamo quella dignità che è suo diritto inalienabile? Chi di noi ha guardato, dico "guardato", negli occhi un volto e si è sentito estraneo, soprattutto quando quel volto presenta i segni della sofferenza? Non lo si dimentichi: Dio si è mostrato in Gesù con tratti umanissimi perché ciò che era straordinario in Gesù non era nulla di religioso ma solo umano, umanissimo. Sì, Dio ha sembianze così umane che rischia di passare inosservato: per riconoscere l'altro in verità, l'unico sguardo lungimirante resta quello dell'accoglienza, oggi come a Betlemme duemila anni fa.

Pagina iniziale | Esperienze | Attività | Archivio | Link amici | Bibliografia | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu